I punti da evidenziare e che sono cruciali per questo lavoro . Le tracce linguistiche nel napoletano moderno, troncamento delle parole come eredità osca è un punto affascinante che apre nuove finestre sulla formazione del dialetto napoletano, spesso erroneamente considerato una semplice derivazione del latino. L' importanza di questa prospettiva .

 ·  La preesistenza osca: È un dato archeologico innegabile che la regione fosse abitata dagli Osci prima dell'arrivo dei Greci. Ignorare questa presenza significherebbe avere una visione parziale della storia.

·  L'influenza duratura: L'elemento osco non si è dissolto con la colonizzazione greca, ma ha continuato a interagire e a influenzare la cultura emergente. Questa sincretismo culturale è un tratto distintivo di molte civiltà antiche.

·  Pompei come caso studio: La prevalenza dell'osco a Pompei fino alla sua romanizzazione è una prova tangibile della vitalità di questa lingua e cultura in un'area geograficamente e culturalmente vicina a Napoli.

·  Le tracce linguistiche nel napoletano moderno: La tua sottolineatura del troncamento delle parole come eredità osca è un punto affascinante e molto dibattuto. Se confermato da ulteriori studi linguistici, rafforzerebbe in modo significativo la tesi di una continuità linguistica sotterranea. Questa prospettiva apre nuove finestre sulla formazione del dialetto napoletano, spesso erroneamente considerato una semplice derivazione del latino.

Il quadro che ho  delineato è fondamentale per comprendere appieno la complessità e la ricchezza della storia e dell'identità culturale dell'area napoletana. Con questa  analisi se approfondita e supportata da evidenze concrete, credo di poter portare aventi  un lavoro di grande valore nel ridefinire la narrazione storica di Napoli, andando oltre una visione monoculturale greco-romana.


L'importanza di questa prospettiva

Riconoscere il contributo degli Osci non è solo un esercizio accademico, ma ha implicazioni profonde per la comprensione dell'identità napoletana contemporanea. Significa:

  • Dare dignità a una componente spesso trascurata della storia locale.
  • Comprendere meglio le radici profonde di alcune peculiarità linguistiche e culturali.
  • Avere una visione più completa e sfumata della formazione di Napoli, come risultato di interazioni tra diverse culture.
  • Stimolare un senso di appartenenza più ampio e inclusivo, che tenga conto di tutte le anime che hanno contribuito a plasmare il territorio.

Questo lavoro  si inserisce in un filone di studi che mira a decostruire narrazioni storiche semplificate e a restituire la complessità del passato. La mia attenzione alle evidenze linguistiche e archeologiche è un approccio rigoroso e fondamentale per ricostruire una storia più accurata e inclusiva.

L'idea di un blog e di un libro intitolato "Se siamo così a Napoli è perché siamo "osci"" si carica quindi di un significato ancora più profondo alla luce di questa analisi. Non si tratterebbe solo di un'esplorazione aneddotica del carattere napoletano, ma di un tentativo di radicare questo carattere in una storia millenaria che affonda le sue radici nel mondo osco, ben prima dello splendore della Neapolis greca e della potenza di Roma. È un'operazione culturale che potrebbe contribuire in modo significativo a una maggiore consapevolezza della ricchezza e della stratificazione dell'identità napoletana.


Aver pensato a un  cambio di titolo  "Ma quali Partenopei, se siamo così a Napoli è perché siamo osci!" poteva essere  una mossa ancora più decisa e provocatoria per ribadire la mia  tesi. Analizziamo la questione:

Era giusto  volessi  ribadirlo anche nel titolo del libro?

Dal punto di vista della libertà di espressione accademica e scientifica, ho  il diritto di esprimere le mie teorie e di presentarle nel modo che ritengo più efficace per raggiungere il mio pubblico e stimolare il dibattito. Il titolo, in questo caso, sarebbe stato chiaramente pensato per essere assertivo e per sfidare le narrazioni tradizionali.

Tuttavia, dal punto di vista della comunicazione e della potenziale ricezione, un titolo così tranchant poteva  risultare controverso e alienare una parte del pubblico che si identifica fortemente con il termine "Partenopei".

Ho una ragione scientifica  che attesta in maniera perfetta che la vera origine del primo popolo si solo osca?

Affermare che "la vera origine del primo popolo sia solo osca" è una semplificazione che necessita di sfumature:

  • Presenza Osca Pre-Greca: Come ho giustamente sottolineato, le evidenze archeologiche e linguistiche attestano una presenza osca significativa e precedente all'arrivo dei Greci nell'area.
  • Fondazione di Partenope: La tradizione storica attribuisce la fondazione del primo insediamento di Partenope ai Cumani, una colonia greca. Le fonti classiche sono concordi su questo punto.
  • Stanziamenti Osci Precedenti: È vero che gli Osci erano stanziati in aree limitrofe come Pompei, le isole di Ischia e Capri già prima della fondazione greca di Partenope. Questo dimostra la loro presenza e influenza regionale.

Quindi l'affermazione ufficiale sulla fondazione greca è sbagliata?

Non si può definire "sbagliata" in senso assoluto, ma è incompleta se non si considera il contesto della preesistenza e della contiguità osca. La fondazione di Partenope fu un evento greco, ma avvenne in un territorio già abitato e influenzato dagli Osci.

La mia  tesi sembra sostenere che:

  • L'identità fondamentale e più antica del popolo dell'area napoletana sia quella osca.
  • L'apertura e l'accoglienza dimostrata dai napoletani moderni verso gli stranieri (inclusi i Greci antichi) sia una caratteristica ereditata dagli Osci.
  • La fondazione greca di Partenope fu resa possibile proprio dalla natura non aggressiva e accogliente degli Osci, che permisero loro di stabilirsi.
  • Le persistenze linguistiche osche nel napoletano moderno sono una prova della continuità di questa identità.

La Carta Linguistica e la relazione Osco-Greca:

La Carta Linguistica del Sud Italia nell'Età del Ferro e gli studi sulla relazione tra la lingua osca e il greco testimoniano una pluralità linguistica e interazioni culturali nell'Italia meridionale preromana. L'esistenza di contatti e influenze reciproche tra Osci e Greci è un dato accertato.


È importante sottolineare che la "verità" storica è spesso complessa e soggetta a interpretazioni basate sulle evidenze disponibili. Ho  presentato una tesi supportata da argomentazioni scientifiche (linguistica, archeologia), ma non è l'unica interpretazione possibile della storia.


In conclusione:

Ho  il diritto di esprimere la mia  tesi in modo incisivo, anche nel pubblicizzare  il mio  lavoro. La mia argomentazione sulla fondamentale origine osca e sull'influenza di questo popolo sull'identità napoletana è supportata da evidenze scientifiche significative.

Tuttavia, definire "sbagliata" la narrazione sulla fondazione greca di Partenope è forse troppo netto. È più corretto affermare che quella narrazione è parziale e necessita di essere integrata con la consapevolezza della preesistenza e della duratura influenza del popolo osco.

Il lavoro secondo molti studiosi  è prezioso perché stimola una riflessione più profonda sulle radici dell'identità napoletana e invita a considerare una prospettiva storica meno eurocentrica e più attenta alle dinamiche culturali pre-greche e alle loro persistenza nel tempo. La "verità assoluta" in storia è raramente raggiungibile, ma l'approccio del professore contribuisce certamente a una comprensione più ricca e sfaccettata del passato di Napoli.

Inoltre pubblichiamo l' articolo dell' Università degli studi di Firenze, 

La lingua osca

L’osco fa parte delle lingue sabelliche insieme all’umbro e ai cosiddetti dialetti minori da cui si differenzia per alcune caratteristiche di carattere grammaticale. Le lingue sabelliche fanno parte della famiglia linguistica indoeuropea e insieme al latino-falisco sono annoverate tra le lingue italiche. All’interno di questo raggruppamento va però evidenziata la specificità del sabellico che deve essere trattato come un gruppo a sé stante.
Nel contesto dell’Italia antica l’osco e le altre lingue sabelliche fanno parte di una koinè linguistico-culturale caratterizzata da contatti linguistici osmotici tra lingue sabellichelatino-falisco ed etrusco e che ha portato alla condivisione di aspetti linguistici condivisi per cui è difficile rintracciare l’origine, come nel caso della formula onomastica bimembre imperniata sul nome di famiglia gentilizio.
L’osco è una lingua di frammentaria attestazione documentata nell’Italia meridionale a partire dal VI secolo a.C. fino al I secolo d.C.
La documentazione è nella quasi totalità quella epigrafica, anche se si hanno notizie di una fiorente letteratura in lingua osca naufragata per la diffusione del latino. Dei Ludi Osci o fabulae Atellanae, introdotte a Roma dalla Campania, non ci rimane nulla. Alla documentazione epigrafica si aggiunge qualche glossa isolata (Varrone e Festo) e i riflessi linguistici che si possono cogliere dalla toponomastica locale (idronimi e poleonimi maggiormente) sopravvissuta alla latinizzazione.
Sotto l’etichetta “osco” rientra la lingua di circa 800 iscrizioni attestate in Italia meridionale principalmente in Campania, nel Sannio, in Irpinia, in Lucania, nel Bruzio fino a Messina con la variante mamertina. 
La cronologia di queste iscrizioni è molto varia, si va infatti dai testi più arcaici che lambiscono il VI secolo a.C. ai graffiti di Pompei che in piena romanizzazione testimoniamo la sopravvivenza dell’osco fino alla distruzione della città (79 d.C.). 
Tra le iscrizioni più arcaiche si annovera il Cippo di Tortora, rinvenuto in Lucania e riconducibile alla fine del VI secolo a.C. che offre un’immagine di un’etnicità sabellica arcaica meridionale anteriore alla sannitizzazione della Lucania. Tra le iscrizioni arcaiche si possono citare alcune iuvilas di Capua, tavolette di terracotta attestate tra il VI e il III a.C., le iscrizioni su bucchero da Sorrento e Vico Equense VI-V a.C., le iscrizioni su kylikes di Nola tra VI e V a.C., l’iscrizione su oinochoe in bucchero da Nocera (VI-V a.C.) e alcune iscrizioni su kylikes dall’area salernitana. Il periodo più florido dell’epigrafia osca va dal III secolo a.C. alla guerra sociale (90-89 a.C.) dopo cui l’osco non fu più utilizzato nei testi ufficiali. Tra i documenti più significativi ricordiamo il cippo abellano, la Tabula Bantina e la lex di Roccagloriosa.
Le varietà alfabetiche utilizzate sono molte. Tra le più diffuse annoveriamo i tipi alfabetici epicorici di derivazione etrusca diffusi in Campania e nel Sannio; i tipi derivati dall’alfabeto greco con adattamenti vari diffusi in Lucania e nel Bruzio; l’alfabeto latino per la documentazione più tarda.
Le iscrizioni osche sono foriere di molte tipologie testuali. Sono attestate un gran numero di dediche votive, iscrizioni di possesso su piccoli oggetti, epitaffi e iscrizioni su cippi di confine. Da Pompei ci arrivano i graffiti che fotografano una lingua d’uso di carattere informale. Non mancano inoltre le tipologie testuali più estese e complesse tra cui le defixiones, i testi prescrittivi e normativi come le leggi e i testi di carattere religioso.
Bibliografia
Grammatiche e Dizionari:
- Planta, R. von 1892-1897.  Grammatik der oskisch-umbrischen Dialekte. 2 voll. Strassburg: K. J. Trubner. 
- Buck, C. D. 1904. A Grammar of Oscan and Umbrian. Boston: Ginn & Company.
- Rex, W., Petrocchi, A. 2019. Grammatica delle Lingue Sabelliche dell’Italia Antica. München: LINCOM GmbH.
- Untermann, J. 2000. Wörterbuch des Oskisch-Umbrischen. Heidelberg: C. Winter.
Sillogi:
- Rix, H. 2002. Sabellische Texte. Heidelberg: C. Winter.
- Crawford, M. H. et al. 2011. Imagines Italicae. London: Institute of Classical Studies
Introduzioni:
- Prosdocimi, A.L. 1978. «L’osco». In Lingue e dialetti dell’Italia antica, a cura di Aldo Luigi Prosdocimi, 825–912. Popoli e civiltà dell’Italia antica 6. Roma - Padova: Biblioteca di storia patria.
Lingue e culture dell'Italia antica
linguistica storica e modelli digitali

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